Pene sharing

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La televisione è una delle mie tante dipendenze (oltre l’alcool, il cellulare, le scarpe, le borse e i punti neri da schiacciare). Da quando poi è arrivata la tv a pagamento, preferirei mangiare pane del discount e cipolla, piuttosto che non averla. Perché nella vita ci sono delle priorità, per me è vedere le mie serie televisive preferite, se poi c’è la possibilità di farlo quando voglio, mettendo in pausa e tornando indietro e andando avanti, beh, l’orgasmo digitale è raggiunto. C’è stato un periodo in cui quasi tutte le sere avevo appuntamento con personaggi di dubbia estrazione sociale e provenienza. Una sera il vampiro, l’altra lo stronzetto dell’upper east side e ultimamente me la facevo con un certo poliziotto inseguito da un insegnante psicopatico. E dovreste vedere che magnifico dialogo con il televisore da 42 pollici, a volte lo ammetto, un po’ scurrile ma alla fine, io e lui, ci capiamo sempre. Perché io ci resto davvero male quando la puntata finisce sul più bello, che ormai dovrei anche saperlo che è cosi che vanno le cose, ma io mi incazzo lo stesso e allora impreco contro il televisore.

Capita quindi che io mi trovi a guardare la tv anche quando siamo a cena a casa di amici. E così l’altra sera, non potendo vedere uno dei telefilm primi in assoluto nella mia lista di gradimento (e che non vi dirò per paura di ritorsioni che potrebbero portarvi a raccontarmi il finale), guardavo Amici di Maria De Filippi. Ora, non sto qui a tirarmela dicendo che è un programma indegno per il panorama musicale e lesivo nei confronti dell’intelligenza umana, perché fino all’anno scorso, lo guardavo anche io. L’ho abbandonato nel momento in cui ho capito che il confronto con X Factor, no, non reggeva per niente. Ma ho ringraziato il dio del palinsensto di non guardarlo più, quando ho visto comparire Gigi D’Alessio vestito da simil truzzo ventenne con cintura arancione fosforescente che richiamava le scarpe. Perché voi dovete sapere, che io nella vita, ho commesso tanti peccati. Ho rubato, ho desiderato l’uomo di altre, ho nominato dio invano (e spesso sul divano) ma più di ogni altra cosa, ero fan di Gigi D’Alessio. Avevo tutti i suoi cd, sono stata tre volte a vederlo in concerto e lo cantavo a squarciagola in macchina mentre andavo a lavoro. E quella sera, davanti a quello scempio di cintura, parlavamo proprio di questo e del fatto che io sulle note di una sua canzone, ci ho fatto l’amore la prima volta con il mio ex. E tornado verso casa, quella sera, ho pensato che quei tempi, tanto male non erano. Non per il mio ex. Lui è stato quello che ha anticipato di circa dieci anni il concetto di sharing. Il pene – sharing. Amava infatti condividere il suo augello con più donzelle. E magari per questo, dovrebbero dargli anche un premio.

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Erano bei tempi perché chissenefrega se ho un po’ di pancetta e le smagliature, tanto ho tutta la vita davanti per rimediare e lui mi vede comunque bellissima. In cui non avevo consapevolezza del mio corpo, ma tanta spudoratezza e menefreghismo.

Erano i tempi in cui si faceva in macchina, giovane contorsionista che si divideva tra freno a mano, cinture di sicurezza e manopola per tirare giù il sedile. Tempi in cui, capite bene, mi accontentavo di farlo ovunque perché mica c’era un letto da condividere. Tempi di fazzolettini stipati ovunque e in giornate di organizzazione da scout era possibile trovare anche qualche salvietta intima. E si trombava incuranti delle probabili vaginiti, candidosi e cifosi che questa pratica non consona ad un autoveicolo avrebbe potuto procurare. Se oggi sfido il sistema politico, ai tempi sfidavo il mio sistema immunitario.

Erano i tempi in cui ci si spogliava con gli occhi e si godeva mentalmente, proprio dentro, fino alle viscere e alle sinapsi del cervello. Perché non c’era il pensiero fisso del lavoro che prima non c’è e poi di quando c’è. Perché li non c’era e basta, ma un letto e un pasto caldo me lo davano papà e mammà. Della lavatrice da attaccare dopo le sette di sera per risparmiare. Delle patate da pelare e il cane da lavare. Li c’era solo da annusarsi e partire verso il solito posto, li tra le fabbriche, sperando che non ci fosse qualcun altro intento a fare ciò che volevamo fare noi.

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Tempi di intimo del mercato perché Intimissimi ancora non era il must da avere ad ogni costo. E quindi niente menate di mutande in pizzo macramè rosa con il reggiseno coppa c o d o f da abbinare spasmodicamente manco fosse reato avere la mutanda nera e il reggiseno bianco. Andavano bene gli slip della sloggi, dodici pezzi a cinque euro, con l’unica variante del colore della scritta perché la scelta era limitata al poco fantasioso black or white. E ogni tanto mi lanciavo nell’acquisto di qualche perizoma in lycra dentro il supermercato del centro commerciale. Perché quello che contava era cio che riempiva la biancheria. E poi, per il tempo che stava su, non valeva mica la pena stare ad investirci poi tanto.

Tempi in cui, vista la mancanza di laboratori scolastici, si sperimentava su materie extra scolastiche e quindi via ad un timidissimo primo sesso orale, concesso con remore e tremori, manco la cavità orale fosse più sacra di quella vaginale. Oppure del  “dai che oggi mi metto sopra io però cavolo quanto è scomodo questo freno a mano” o il tentativo estremo di farlo alla pecorina sul sedile posteriore. Perché c’è anche da dire che l’elasticità  non era tra gli optional di cui la natura mi ha dotato. Ma l’impegno quello si. Tanto.

Erano tempi insomma, dove il deserto sessuale e l’amnesia di orgasmi, erano inconcepibili, impronunciabili, inammissibili e inimmaginabili. Perché potevo pensare ad un mondo senza scarpe. Ma non ad un mondo senza sesso. E non che ci tornerei a quei tempi, vesto meglio i miei trentanni. Ma un po’ di quella sana lascivia, beh, quella avrei voluto mi seguisse nel corso degli anni.

P.S.

Ringrazio pubblicamente Gigi D’Alessio per la costruzione di questo post.

P.P.S.

Consiglio ad Anna Tatangelo di fare al suo compagno un training su quanto sia importante avere piena consapevolezza della propria età e di quanto questo influisca sull’immagine che si da agli altri. Perché per ora, è davvero pessima.

Punto sul trentadue

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E quindi è il momento in cui il due si mette al posto dell’uno. Ad accompagnare il tre.

Sono trentadue. Anni, non gigabyte o euro. Trentadue anni dal mio avvento qui sulla terra. Che poi a me questa cosa di essere nata nel millenovecentottantuno mi sta  proprio sulle balle. Perché è come se fossi sempre un anno indietro. Siamo nel duemilatredici e io compio trentadue anni. È come se fossi al perenne inseguimento dell’anno che verrà. Bastava un anno primo e avrei quadrato il conto.

Mi faccio più paranoie del genere sopra, piuttosto che oh mio dio sto invecchiando tra un paio di anni non dirò più la mia età nemmeno sotto tortura. Perché a me piace questa cosa degli anni che passano, uno di fila all’altro. Uno più sfigato dell’altro, con qualche parentesi sfuggente di gioia e fortuna. Perché è il corso della vita. Perché mi annoierei a morte ad avere vent’anni per tutta la vita. Con me una serie fortunata sui vampiri, non la riuscirebbero a fare. Aborro proprio l’idea dell’immor(t)alità degli anni in cui era con il due che iniziava la mia età.

Se devo scrivere o dire trentadue non ho problemi. Inizio ad averli però per quei chiari segnali che annunciano il decadimento fisico e psichico, che per qualcuno arrivano a trenta, altri a quaranta e a me, a trentadue.

A voi la lista delle cose da non fare se volete sentirvi ancora gggiovani.

  • Prendere consapevolezza che le macchi solari non hanno nulla a che fare con l’astronomia. Osservare quell’alone cappuccino con disprezzo e chiedermi perché non aver letto prima quell’articolo che mette in guardia dal prendere il sole ad ogni ora, a qualunque latitudine e in qualunque mare.
  • Come conseguenza del punto sopra, trovarmi a comprare fattori di protezione cinquanta e catalogare l’olio Jhonson come prodotto per bambini e non tra le creme solari.
  • Comprare la crema anti cellulite non più come una tra le tante alternative possibili alla lotta alla buccia d’arancia. Ma come l’ultima alternativa al completo cedimento strutturale del mio culo e delle mie cosce, che nemmeno le opere di restauro del Duomo potrebbero fare qualcosa. E cosi gli orli diventeranno sempre più lunghi perché la cellulite diventerà l’indice di lunghezza delle mie gonne. E potrò appendere gli shorts al chiodo. Insieme al perizoma.
  • Vedere che il delta tra la mia età è quella della stagista appena arrivata è sempre maggiore. E che sono più la mascotte dell’ufficio. Ma bensì uno dei tanti pezzi di arredamento d’annata. O vintage, se proprio voglio darmi un tono.
  • Sentire alla radio che Sally è del millenovecentonovantasei e ricordarmi che già pomiciavo da diversi anni e andavo alle superiori.
  • Sentire parlare del commodor64 e poter dire di averlo visto. Dal vivo. Persino usato.

 

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  • Essere felice dell’acquisto di un marchingegno per lavare il pavimento che strizza lo straccio senza doversi inchinare. E gioire vedendo l’acqua nel secchio nera perché segno tangibile che pulisce davvero con la metà dello sforzo.
  • Comprare reggiseni con l’imbottitura non più come arma di seduzione di massa, ma come rimedio allo stato di indecenza in cui le mie tette versano.
  • Collezionare i bollini dell’Esselunga e chiederli ad amici e parenti per prendere quella pentola dal fondo alto un centimetro e i manici in metallo.
  • Non digerire più metà degli alimenti che prima fagocitavo neanche fossi una cavalletta delle piaghe d’Egitto.
  • Non associare più il sessantanove al Kamasutra ma agli anni in cui andrò in pensione. Se ci andrò.
  • Ricordarmi di quando il Presidente della Repubblica era un Senatore.
  • Dire frasi del tipo, “Ai miei tempi si faceva cosi”.

Se invece vi siete riconosciute in almeno tre punti tra quelli che ho esposto, non correte ad impiccarvi nella doccia, anche quello richiede una certa agilità e rischiereste di trovarvi con il colpo della strega, immobilizzate a letto. A domandarvi quanto ci mettano le piaga da decubito a formarsi.

Uteri sfitti

Vedo la gente incinta. O che non è più incinta ma con prole al seguito. Sono circondata da donne con la pancia a tutto tondo.

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L’altro giorno ho mandato un whatsapp ad una mia amica. Una di quelle con cui ho fatto follie, tipo andare ad una festa in casa di gente mai vista e accorgerci che eravamo le uniche persone dotate di vagina all’interno dell’appartamento; o ubriacarmi fino a vomitare sulla panchina vicino al Bar Bianco perché ancora non sapevo che Super Tennent’s è più forte delle solite birre; quella che ho accompagnato a prendere la pillola del giorno dopo lasciando su due piedi un tizio con cui ero uscita perché tanto non era poi cosi interessante. Insomma, l’amica di baldoria e di sventure. Ecco, l’altro giorno le ho chiesto come andava perché è da un sacco che non la sentivo e visto che grazie a dio mobile internet ci si può mandare le foto senza spendere un euro, bham, compare sul mio display una foto di lei. Con la pancia. Incinta.

Quindi chiunque può rimanere incinta? Cioè, non è solo un privilegio per giovane donne normali che hanno passato la loro vita dedite alle opere di carità e alla ricerca del principe azzurro. Basta avere un utero in ordine, poi fa niente se la testa un tempo non lo era. C’è redenzione oltre che fecondazione.

E mentre pensavo a tutto questo, ho realizzato che molte delle mie vecchie amicizie o presunte tali, hanno già figli o sono in procinto di averne. Perché ripensandoci bene, trentagiudilianni è l’età giusta per avere figli. O almeno, è l’età per cui cominciare, sempre se avere figli è una priorità. Io tra le mie priorità ho quella di comprare una borsa di Chanel, di viaggiare e vedere il Mondo e perché no, anche quella di togliere l’odiosa gobbetta dal mio naso. Tutte cose molto dispendiose, come avere un figlio del resto, ma che non includono nel pacchetto notti insonni e tonnellate di pannolini pieni di cacca. Se dipendesse da me, il genere umano si sarebbe estinto già da un pezzo. Perché non è mica vero che l’istinto materno ce l’hanno tutte le donne. Non è qualcosa che si trova tra il cromosoma x e quello y. Non esiste il cromosoma m di maternità.

Per me tutto questo non rappresenterebbe un problema. Non voglio figli al momento. Niente drammi o tragedie. Gli altri li hanno? O la possibilità di evitarli, dribrarli. Che poi sono anche felice quando qualcuno che conosco mi dice che è in dolce attesa, perché potrò spupazzarmi l’infante il tanto che basta per poi riporlo tra le braccia dell’adorata mammina che dovrà invece smazzarselo quando piangerà, vomiterà, avrà le colichette e quant’altro. Peccato però, che ciò che per me è quanto di più naturale, non lo sia per la gente che mi circonda. Perché la mia pancia per loro è un utero sfitto, è in quanto tale dovrebbe subire la stesse tassazione degli appartamenti. E ci faranno una legge su questo, credetemi. Non si guarda più alla pancia piatta come qualcosa di bello e curato con tanti sacrifici, ma come un abominio contro natura che dovrebbe diventare il prima possibile un contenitore per feti.

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Perché superati i trenta, non mi sento più dire, “Come stai bene con quelle scarpe”, ma piuttosto, “Come stai bene con un bambino in braccio”.

Da quando un bambino è diventato un accessorio? Mi sono forse persa qualche numero di Vogue o Marie Claire?

Perché il mio status di mamma di una cagnolina non è sufficiente a placare la voglia di maternità che gli altri vogliono infliggermi?

Siamo nel duemilatredici, siamo in tempi in cui le donne diventano mamme a cinquant’anni e si fanno inseminare a sessanta. Figuriamoci se non ho tempo io di fare un figlio magari verso i quaranta. E spesso ci provo a rendere pubblico questo mio pensiero, ma puntualmente compare la faccia stupita e disgustata di chi asserisce che non si può diventare madre quando si dovrebbe essere nonna. Ah davvero?!? Però quando le nostre mamme diventavano tali all’età in cui noi imparavamo a fare sesso orale, questo andava bene. Se dovessimo guardare indietro, dovremmo fare figli a vent’anni e stare a casa a fare il bucato. Perché ci siamo battute per i nostri diritti di donne se poi devo sentirmi dire che a quarant’anni sarò troppo vecchia per fare figli?

Perché il fatto di non riuscire a vedermi la passera e i piedi per almeno cinque mesi deve per forza essere una cosa cosi entusiasmante? O non potermi sedere perché mi hanno ricucita laddove non si dovrebbe essere mai ricucite?

Voglio avere il diritto di essere portatrice di utero sfitto senza dovermi sentire per questo un caso clinico. Il diritto di indossare jeans con l’elastico in vita perché vanno di moda e non perché il mio girovita sta prendendo le dimensioni di quello di Platinette. Il diritto di vedermi i piedi e la vagina tutte le volte che voglio e non solo davanti ad uno specchio come fosse una visione vietata ai minori. Il diritto di mettere l’assorbente senza piangere perché significa che non sono incinta. Il diritto di trombare per sana e semplice libidine e non come incontro coordinato con l’ovulazione. Il diritto di avere le emorroidi perché sono stitica e non per lo sforzo di spingere fuori ciò che per novi mesi hai avuto dentro.

C’è solo un motivo per cui vorrei essere incinta: avere come partner uno di quelli che non vogliono fare sesso per paura di picchiettarlo in testa al nascituro e per nove mesi non dover quindi inventare scuse per non farlo.

Diritto che purtroppo non è arrogabile da una portatrice di utero sfitto.

Perizoma al chiodo e cazzi al femminile

Venerdì sera aperitivo con le Fantastiche Tre. Che poi a dirvela tutta, questa storia delle “fantastiche” è un po’ una stronzata alla Sex and the city tipicamente milanese. Perché noi in realtà siamo le Cazze. Si lo so, molto poco glamour e troppo prosaico, ma tant’è. Che ancora mi chiedo come siamo arrivate a declinare al femminile una parola che di femmina ha niente, nonostante ormai più che indicare il membro maschile, è una parola utilizzata come virgola, intercalare o apostrofo sessuale tre le parole ti amo. Penso che il mistero risalga all’età del paliolitico dove il destino ci volle far lavorare insieme nello stesso sgangherato ufficio. Luogo dove non esisteva la pausa ogni due ore di videoterminale, dove gli schermi dei pc erano posizionati in modi per cui è strano che nessuna di noi abbia riportato conseguenze permanenti alla zona cervicale; dove era normale che il capo uscisse dal suo ufficio o per urlare improperi di ogni genere o per sparare battutine sulla sfera personale di ognuna di noi (stronze noi che lo mettevamo al corrente del nostro vissuto extra lavorativo). Erano tempi in cui per prendere il caffè, portato rigorosamente dal bar (figuriamoci se avessero mai speso soldi per mettere una macchinetta), dovevamo fare una previsione di spesa mensile casalinga e capire se quell’euro poteva effettivamente rientrarci. Insomma, erano tempi duri, di forte austerity e vacche magre, però c’eravamo noi, che forse un giorno per non dirci quanto eravamo stronze o cattive o pettegole, ci siamo dette, “Ma quanto sei cazza”. E non so perché ma credo che quel cazza sia nato rivolto a me che solitamente amavo prendere per il culo in modo molto bonario, una nostra collega che per onor di cronaca era al corrente di questo mio gaudioso passatempo.

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 E ancora oggi ci chiamiamo cosi. Io in realtà, sarei la Cazza Fashion e in questo ruolo mi ci sento davvero tanto. Perché sono una testa di cazzo che comunque porta in giro un corpo ben agghindato.

Tralasciando le divagazioni, venerdì ci siamo viste al solito posto, alla solita ora e al solito tavolo, per il nostro aperitivo. Scambiati i soliti convenevoli del come stai, cosa fai di bello quando non ci vediamo, abbiamo iniziato a parlare del Papa. Perché a volte riusciamo ad intavolare anche discorsi eruditi. A volte però. E ci siamo dette che questo Francesco qui sembra davvero bravo, con la faccia buona e le intenzioni ottime di riportare la Chiesa alla povertà e non all’opulenza che gli anni del Rinascimento hanno lasciato. Ma ci chiedevamo anche quanto tempo ci metteranno queste sue buone intenzioni a scontrarsi con la ragnatela della corruzione. Abbiamo anche diffusamente parlato di questo nuovo paciugo che chiamano Governo e ci sono state rivelazioni scioccanti che vorrebbero alcune di noi tipicamente di destra, votare un certo Signorino di sinistra se si arrivasse alle prossime elezioni. Finito il nostro angolo della cultura, passiamo sempre (e sottolineo sempre) a parlare di sesso. In qualunque salsa, variante e sfumatura basta che sia sesso. E il novanta per cento delle volte il discorso sesso va a finire sul dubbio che penso attanagli la maggioranza degli ormai non più vergini: ma la convivenza, è la tomba del sesso? Che detta cosi sembra uno di quei titoli da giornaletti tipicamente femminili e invece è una questione di stato che richiederebbe un’interrogazione parlamentare e il ritorno di Cicciolina al Quirinale. È vero che la passione iniziale non può durare in eterno, che appena conosciamo uno siamo infoiate come una donna incinta al nono mese di gravidanza, che dobbiamo mettere la merce migliore sul tavolo ed è anche vero che siamo curiose di scoprire ogni angolatura del regal pene, ma come è possibile che tutto questo (e altro ancora) sparisca una volta che si dividono le stesse mura e lo stesso tetto?

Ho conosciuto donne che lo facevano in ogni posto e condizione climatica, arrivare a dirmi che se lo fanno il sabato sera e la domenica è già un buon traguardo. Ho sentito uomini dire che la sera arrivano a casa esausti e pensare che tanto si potrà fare la sera dopo visto che si vive insieme. Ma la sera dopo diventa quella dopo e quella dopo ancora. Ho sentito cose che voi umani …

Perché?

Perché succede questo?

Dovrebbero essere gli uomini a scappare alla parola convivenza, non il sesso.

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E quindi venerdì eravamo sedute a quel tavolo parlando di questo, mettendo insieme le teorie di due di noi che ancora non convivono e quelle di noi due che invece abbiamo appeso il perizoma al chiodo. Ma sembrava di parlare con i mulini a vento. Perché loro non capiscono proprio come sia possibile non avere voglia, non desiderare di fare un giro sulle montagne russe. E noi non riuscivamo proprio a fargli capire che evidentemente il sapere di avere in dispensa grandi quantità della solita minestra, ci fa perdere quella smania di consumarla. Ma dato  che non si arrivava a niente, quando ormai era la tequila a parlare, mi sono voltata verso il tavolo vicino a noi, popolato da due splendide coppiette e ho chiesto, “Scusate ma voi convivete?”. E loro hanno detto si, addirittura una mi ha fatto vedere la fede facendomi notare che si era quindi elevata al livello di non più peccatrice ma di donna redenta dal matrimonio e io credetemi le avrei tolto quella fede e gliela avrei fatta mangiare al posto delle olive. Non l’ho fatto e ho invece chiesto notizie e ragguagli sulla loro vita sessuale e non penso di aver fatto nulla di male perché a casa mia, questa si chiama informazione o indagine, fate un po’ voi. Gli uomini non hanno proferito parola mentre le dolci donzelle ci aggiornavano sul fatto che certo che trombavano, magari non più con la frequenza di un tempo, ma che bisogna comunque essere abili nel mantenere vivo il rapporto e poi bla, bla, bla. Perché io ho spento il cervello dopo due parole. Perché se fosse stato vero avrebbero pur parlato anche i due maschietti seduti al tavolo che invece poco dopo ci hanno chiesto se potevano bere la tequila bum bum che una di noi aveva lasciato. E io lì ho capito che era sana richiesta di aiuto per una vita sessuale che sicuramente aveva, ma che altrettanto sicuramente non lo soddisfaceva.

Perché io credo che solo in Beautiful si continui a trombare dopo duecento anni di matrimonio.

Ma questa volta vorrei che foste voi a concludere questo post. Perché  vorrei poter dire di aver scritto una marea di cazzate. Perché voglio leggere testimonianze positive che lascino messaggi di speranza.

Perché ce n’è di bisogno.

Perchè io valgo. Sempre.

Le questioni sentimentali stanno riempendo a malincuore le mie giornate. Perché se c’è il periodo in cui mi arrabatto tra un lavoro e l’altro e il mio unico pensiero è come sopravvivere al precariato, ora sono nella fase in cui capire perché la mia storia di sette anni sta finendo è di vitale importanza. Dicerie sul settimo anno a parte. Quindi mi faccio mille domande e trovo zero risposte, ma continuo comunque nel mio viaggio interiore alla scoperta di improbabili traumi che mi abbiano portata ad essere quella che sono (e a parte i boxer terribili da mercato del giovedì che aveva su il mio fidanzatino con cui lo facevo per la prima volta, non penso di averne trovato alcuno degno di nota).

Perché la vita sentimentale di una donna è  una questione di stato. Già dai tempi del Cioè, si impara come relazionarsi con il sesso opposto, come dare il primo bacio, come farsi sfilare le mutandine all’ottantesimo appuntamento (regola valida solo per le vergini), per poi passare a Gioia o Anna che invece ti insegnano come farti amare da tua suocera e di conseguenza da lui. E secondo me, molto contano i numeri nel nostro rapporto con l’altro sesso (etero). E quando scrivo numeri, non intendo quelli da circo da fare in camera da letto, ma al primo numero che compone l’età di una donzella.

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Dai 10 ai 19

È il decennio dove la più grande relazione ce l’abbiano con noi stesse. Saremo quindi in una relazione unilaterale. Uno, appunto. Ben prima dei dieci anni infatti, iniziamo a conoscere il nostro corpo. Capiamo che quel buco da cui esce la pipì è correlato di una parte leggermente sporgente che se strofinato contro un cuscino, un peluche o il ginocchio del nonno (grazie C. per questa perla!) può farci provare uno strano formicolio. Ma siamo ancora ben lontane dall’obiettivo da raggiungere. Ameremo molto noi stesse anche perché gli altri non ci ameranno per niente. Perché abbiamo i baffi che nostra madre ci consiglia di decolorare perché è ancora troppo presto per farli e quindi quando ci troviamo a parlare con quello che ci piace una cifra, preghiamo dio che ci guardi negli occhi e non abbassi mai lo sguardo. Anche perché sarebbe molto penoso, non solo dovergli spiegare perché abbiamo quella peluria sotto il naso, ma anche perché è bionda mentre i nostri capelli sono castani. Saremo sole perché avremo la faccia piena dell’acne da adolescente che il Topexan a Natale ci manderà un biglietto di ringraziamento per l’impennata del fatturato. E poi l’unico risultato sarà che per mezzora avremo la pelle talmente dura da non riuscire nemmeno a parlare, mentre i brufoli ballano la Lambada. E poi sempre lo zampino di nostra madre che ci dirà di non schiacciarli, nemmeno quando prendono sfumature simili alla maionese, perché altrimenti ci resta il segno. Cazzo, meglio un piccolo segno in più che andare in giro come un dispenser dell’Ikea al banco degli hot dog! Ma saremo anche infinitamente sole perché focalizzeremo tutte le nostre pulsioni sessuali per il cantante Tizio del gruppo musicale X o per quel certo Leonardo che affonda insieme al Titanic. E passeremo i giorni  a sognare che lui compaia sulla porta e ci porti via, ad esplorare lingua a lingua il Nuovo Mondo. Che io dico, ma non possiamo proprio capire che ci sono amori impossibili, anzi irrealizzabili? A questa opzione c’è quella per cui ci innamoriamo del più figo della scuola e che guarda solo quelle ormai già donne, mentre noi ci portiamo appresso quel rettangolo piano che dovrebbe essere il nostro corpo. Sperando che qualche piramide arrivi presto a dare un senso alla nostra vita.  *

Dai 20 ai 29

O quella che io definisco, l’era della irragionevolezza amorosa. Dove si ama con tanta passione e pancia, da dimenticare di avere una propria identità singolare. Dove due (appunto) è il numero perfetto. Quasi a voler scansare tutti gli anni di solitudine, ci buttiamo senza riserve tra le braccia del nostro grande ammmore. E le frasi sono un tripudio di noi, amorino, ciccino, cuoricino. E iniziamo anche a mettere i perizoma per essere più sexy, nella speranza ce lo tolga il prima possibile, non tanto per l’irrefrenabile voglia di sesso, quanto per il fastidio che ci sta provocando. Che gli urleresti, “Strappalo, che tanto l’ho pagato due euro alla bancarella e maledetta me che l’ho indossato che il mutandone di cotone è tanto più comodo”. E si ama senza paure, senza freni e qualche volta con la retro marcia. Si ama e si perdona. E fa  niente se lui è stato con l’intera squadra di pallavolo, perché con loro è stato soltanto sesso mentre con noi è amore. E lui ha sofferto tanto mentre lo faceva con le altre, perché ci amava, ma è stato più forte di lui. Ma il nostro amore è ancora più forte. Perché noi siamo il Duomo, mentre lei un pacchetto di sigarette (ringrazio il mio ex per quest’altra chicca). E amiamo sentendoci finalmente donne e non più bambine. Anche se pratichiamo sesso orale in apnea e tenendo la lingua incollata al palato. Ma ci sentiamo comunque le dee del sesso, perché lui ha l’orgasmo ed è questo che conta. E qualche volta lo abbiamo raggiunto anche noi, convinte che questo fosse il segno del nostro amore eterno. Perché nessuno potrebbe farci provare quel formicolio acuto. Perché siamo ancora convinte che essere “sbattute” per cinque minute senza preliminari, sia l’idillio sessuale. Ma noi amiamo lo stesso. Senza riserve, perché a quelle ci pensa lui. E pensiamo che lui sia quello a cui laveremo le mutande per il resto della nostra vita. A cui cucineremo i nostri piatti preferiti.  E possiamo amare pazzamente più di un uomo nel corso di questo decennio. Perché fondamentalmente ci innamoriamo già quando gli stiamo dando il nostro numero di telefono. E se finisce, soffriamo quel tanto che basta da perdere quattro chili e poi passiamo oltre.

io amo me stessa

Dai 30 ai 39

Che ancora non mi sento di chiamare il decennio della ragione, per quella ci vuole più tempo, ma il decennio della redenzione. Perché se nel decennio precedente ci siamo dedicate allo svilimento del nostro io in favore del nostro lui, ora iniziamo a capire che prima di amare un’altra persona, dobbiamo prima amare noi stesse. Anche se in verità, questo concetto hanno tentato di insegnarcelo già anni fa, quando una pubblicità diceva, “Perché io valgo”. E per quanto possa sembrare una cosa molto facile per gli uomini, per le donne è un concetto astruso quanto le regole del fuori gioco nel calcio. Perché noi siamo nate per donarci al prossimo e amare. Perché siamo madri, amanti, compagne, mogli, colleghe, amiche, cugine. E in ognuna di queste relazioni vogliamo dare di più. Perché non è facile guardarsi allo specchio mentre le prime rughe compaiono e amarsi. Ancor meno lo è quando vedi la cellulite salutarti dal sedere e notare che il tuo corpo inizia a subire gli effetti della gravità. Portando le tue tette inesorabilmente alle ginocchia. Che poi mi dovete spiegare perché a tutte il seno cresce, mentre a me sta rimpicciolendo. Comunque. Ecco, guardando questo declino della figura, non è mica facile amarsi. Si vorrebbe anzi amare un chirurgo estetico cosi da poter usufruire delle sue mani non solo sotto le lenzuola. Ma dobbiamo imparare ad amarci lo stesso, a rispettarci e farci rispettare. Solo cosi potremo avere una sana relazione con qualcun altro. E prima o poi ci riusciamo. Giorno dopo giorno facciamo un passo verso l’amore per noi stesse. A colpi di creme e palestra talvolta, ma anche solo imparando ad apprezzare i nostri difetti che comunque ci saranno fedeli fino alla morte (almeno loro). E man mano che ci avviciniamo alla redenzione dell’io, capiamo che la formula perfetta è data dal numero tre. Io, tu e l’altro. Perché quando una relazione va avanti da tanti anni, magari da quando ne avevi venti e ora nei trentacinque, capisci che la coppia ha bisogno di allargarsi e di trovare dentro altri pantaloni, il dentice al posto della solita minestra. Perché abbiamo imparato talmente tanto ad amarci che sentiamo il bisogno di essere ammirate e venerate e niente di meglio è un amante che ci farà sentire le migliori del mondo. Perché non ci vedrà mai con il pigiama di flanella e la fiatella al mattino. Perché metteremo sul bancone, solo la merce migliore. Lasciando quella peggiore al nostro ménage coniugale. Che però parrà stranamente rinvigorito, perché dopo una sana scopata, cucinare, stirare e guardare le partite sarà estremamente divertente.**

*Ogni fatto narrato non è puramente casuale e fa riferimento alle donne che come me, sono nate negli ottanta, ma questo credo fosse palese. Penso infatti che questa mia teoria perda la sua validità per coloro nate dagli anni novanta in poi, che in molti casi fanno prima un pompino che praticare l’autoerotismo. Dicono sia per l’evoluzione della specie.

**Capisco che secondo questa mia teoria, a sessant’anni dovremmo essere tutte delle zoccole patentate abbonate ai locali per scambisti, ma posso sperare che perda di validità allo scoccare dei quaranta. Anche perché poi, diventerebbe davvero troppo impegnativo.

P.S.

Colgo l’occasione per fare gli auguri a tutte le donne. Per augurargli di ricordarsi di essere donne trecentosessantacinque giorni all’anno. E non solo l’otto marzo. Perché noi è vero che valiamo. Siamo un bene da preservare e curare.

Gusci d’uova

L’altra mattina Sabrina mi ha scritto una mail, una delle tante che ci scriviamo per raccontarci la nostra vita, le nostre paure e anche le gioie. Lei mi ha scritto che invidiava la forza con cui sto vivendo questa situazione. “Sei una roccia” mi ha scritto.

La situazione è quella che la mia storia è arrivata al settimo anno e per non volersi far mancare niente di tradizionalmente italiano, ha voluto dar ascolto alla diceria per cui al settimo anno arriva la crisi. Che va avanti appunto da sette mesi. E io il sette sto iniziando a metterlo nella mia personale black list dei numeri. È una crisi profonda, in cui si discute e mette in discussione tutto. Vengono sviscerate le paure e le insoddisfazioni. E i sentimenti aleggiano sulle nostre teste  in un altro piano temporale che non si sa se raggiungeremo mai.

E Sabrina forse pensa che sono una roccia perché nonostante tutto questo, continuo ad andare a lavoro e non mi sono ancora impiccata alla doccia.

Ma io non sono forte. È vero, non piango o comunque lo faccio pochissimo nascondendomi da occhi indiscreti, ma solo perché credo di aver finito il mio bonus di lacrime e non so quando la promozione si riattiverà. E quelle poche che ancora riesco a far scivolare sul mio viso, le voglio tutte per me. Voglio viverle intimamente.

Non sono una roccia e se non piango, cerco di riempire il vuoto lasciato da noi, in altri modi altamente diseducativi. E allora compro.

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Compro orologi, nella speranza possano ridarmi il tempo in cui eravamo felici. In cui la vita ci sorrideva e noi le sorridevamo di rimando. Quando sognavamo come sarebbe stato il nostro futuro. In cui il tempo sembrava non bastarci mai e colmavamo quella distanza con telefonate anche solo per sapere come stavamo, se tutto era ok.

Compro vestiti perché credo che cosi mi rivedrà bella. Come quando mi guardava con gli occhi grandi e anche se non diceva niente, io lo sapevo che per lui ero bellissima. E li compro moderni perché spesso ridendo, mi diceva che vestivo da vecchia, che volevo darmi più anni di quelli che in realtà avevo.

Compro scarpe sperando che le consumerò insieme a lui percorrendo la vita che ancora vorrei ci spettasse insieme. Per tornare a passeggiare in centro tra i negozi e poi tornare a  casa e dire che andiamo sempre nei soliti posti. Per quelle gite fuori porta, dove io pianifico tutto, anche dove parcheggiare senza pagare. E le passeggiate con Dora al parco, per vederla correre insieme agli altri cani e poi tornare da noi come per chiederci se è stata brava.

E quando non compro mangio. Mangio per riempire il vuoto lasciato dalla felicità, dall’amore, dalla speranza. Perché quel vuoto non voglio lasciarlo urlare, perché è ancora tempo di polvere sotto il tappeto. E allora mangio, pensando che la pasta sia un caldo abbraccio e il salame notti di sesso e i dolci le coccole. E lo tengo tutto dentro di me perché sono controllata anche in questo. Per fortuna. E non vomiterei mai quello che mangio, perché farebbe male allo stomaco e ai denti e per ora, basta il cuore a fare male.

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Sai Sabrina, spesso si confonde la forza con la vigliaccheria. Perché io lo so che dovrei mettere tutte le mie cose dentro le scatole e andare via da queste mura che raccontano di noi e andare in altre per scrivere di me. Che nascondersi dietro al fatto che debba essere lui ad andarsene, è come nascondersi dietro ad un mignolo. Ma cosa devo dirti, fa paura iniziare a camminare da sola, è più facile farlo quando ti da la mano qualcuno. E fa più paura quello che lascerò invece che quello che troverò. E poi le abitudini e le comodità, come la tv a pagamento o fargli il caffè quando si alza. E lo so che non sto citando l’amore, ma in mezzo a questo guazzabuglio di colori, non riesco più a vederlo. E non so se sia nascosto dietro al verde della speranza. O al nero del dolore. O se sia semplicemente scivolato fuori dalla tela.

Io non sono una roccia. Sono come un guscio d’uovo, che se messo li sembra resistente, ma basta poco per distruggerlo.

E non sono forte, ma una vigliacca perché dovrei capire che a volte una sconfitta non è la fine ma l’inizio di qualcos’altro.

L’innamoramento precario

Io le amiche che si presentano agli aperitivi dimagrite e con la mascella slogata dal troppo sesso, tutte love and sex e sex and love … beh, io le obbligherei al silenzio per par condicio. Perché mi procurano un travaso di bile dal mio stomaco al bicchiere che il cameriere cinese tiene in mano.

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Perché è ipocrita starla a raccontare il primo mese che si esce con un ragazzo. Dove tutti e due tirano fuori la parte migliore di se. La donna indossa il perizoma con il filo interdentale e pazienza se l’igiene orale non sta proprio in quella parte anatomica del corpo. L’uomo colpito alla testa dal filo interdentale che spunta dal pantalone della donna, avrà una temporanea amnesia circa tutto ciò che riguarda il calcio. Ci aprirà la portiera dell’auto in uno slancio di galanteria passata di la giusto per caso. La donna distoglierà lo sguardo da ogni bambino in circolazione fingendo noncuranza.

Oscar come miglior attore e attrice protagonista. Ci ingraziamo la giuria a colpi di sorrisi e pompini con ingoio anche dopo una grigliata di carne di maiale. Fingiamo di essere la donna perfetta quel tanto che basta, cosi che il disgraziato di turno metta a tacere quella voce insistente per cui ogni donna è una rottura di coglioni. Ma non essendo noi attrici di soap opera argentine, abbiamo una dimestichezza e perseveranza nel recitare quel ruolo molto labile e quindi ben presto ci troveremo a svelare lati poco accomodanti del nostro carattere e a nascondere centimetri di pelle con un comodo cotone elasticizzato.

Ecco perché non do tanto peso all’amica di turno che si sta spupazzando da un mese uno dei pochi etero convinti rimasti sul mercato. Perché vaglielo a dire quanto è romantico sentire l’odore che lascia dopo mezzora passata in bagno, che tu ti chiedi come sia possibile che riesca a stare tanto tempo seduto sul cesso quando tu invece a malapena ci transiti per due volte a settimana. Cinque minuti al massimo. Oppure quando mangia cipolla e aglio e poi viene a letto che la camera di colpo si trasforma in un ristorante portoghese. O quando mentre state facendo qualcosa di vagamente simile al sesso, tu pensi a quante mutande nere o bianche o grigie ci sono nella cesta della biancheria sporca perché cosi se ce ne sono più nere il giorno dopo ne indosserai una di quel colore cosi da poter fare prima la lavatrice. O che quando vuoi andare a fare un giro per negozi la domenica, c’è la partita. La convivenza è una fregatura. Una volta che le sue mutande alloggeranno nei tuoi cassetti, l’erotismo lascerà l’appartamento.

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Non pensate che sul lavoro sia diverso ed è per questo che mi sono nascosta dietro un silenzio stampa di quasi tre settimane. Perché sarebbe stato da vera paracula descrivervi il mio nuovo lavoro dopo solo una settimana. Perché se in una storia sentimentale si diventa se stessi dopo uno/due mesi, in una relazione professionale, i tabù cadono ancor prima per via del maggior numero di ore condivise nell’arco della settimana. Quando poi il tuo contratto è precario, mostrare il lato migliore di se è sopravvivenza.

E quindi anche i colleghi inizialmente sono tutti gentili e carini. Si presentano, ti scrutano e qualcuno ti annusa anche. Ma ti trattano con reverenza. Ti chiedono se hai voglia di un caffè, se la sedia è comoda, se hai tutta la cancelleria utile al tuo lavoro. Ti mostrano l’ufficio, la saletta ristoro, il bagno e anche il ripostiglio. E tu sei tutta un sorriso che dopo un’ora c’hai la mascella bloccata e chiedi scusa anche solo per sapere come sta la tua vicina di scrivania. Pronunciano bene il tuo nome, senza storpiarlo o accorciarlo o allungarlo. Perché qui a Milano c’è questa usanza per cui se hai un nome lungo, lo accorceranno e ci piazzeranno una bella i finale, mentre se il tuo nome è corto, non si capisce per quale assurdo motivo, lo allungheranno.

Ed effettivamente la mia prima settimana in questo nuovo ufficio è stata proprio cosi, di indagine reciproca. Io osservo te che tu osservi me. E durante le pause caffè, che in questo ufficio si fanno tutti insieme appassionatamente, ho avuto modo di inquadrare un po’ tutti e con mio grande stupore, ho individuato solo una grande stronza che fortunatamente non lavora nel mio stesso ufficio. La restante popolazione posso collocarla nella categoria amiconi. E chi mi segue da un po’, sa quanto questo sia consolatorio per me, vista l’ultima esperienza.

Arrivata quindi, al termine della mia terza settimana, posso dichiarare che sicuramente ci saranno anche le spine andando avanti nel tempo, ma che per  ora le rose la fanno da maggiore.

Vademecum per il primo giorno di lavoro

Domani primo giorno di lavoro (precario) nella nuova azienda. Questa volta passo dalla squallida periferia mascherata da quartiere residenziale, al pieno centro di Milano. Questo è uno dei punti a favore di questo nuovo impiego. Sicuramente.

Questa volta sperimenterò un nuovo tipo di precariato nel precariato: la sostituzione maternità. Cosa alquanto bizzarra se pensate a quanta sterilità ci fosse invece nel mio vecchio ufficio. Ironia della sorte.

Vorrei portare però la vostra assunzione alla mia situazione da guinnes dei primati: ho infatti all’attivo solo un giorno di disoccupazione. Trattasi del primo di febbraio, giusto perché cadeva di venerdì. Come mi ha fatto notare qualcuno, di questi tempi, sono  un caso da studiare in laboratorio.

Fortunatamente, tutto il mese di gennaio sono stata latitante e non ho messo piede nel vecchio ufficio. Ho avuto quindi il mio periodo di decompressione, fondamentale per ritemprare le membra sfinite da questo ultimo anno di follia ed evitare di arrivare domani con l’aria da serial killer.

Il primo giorno di lavoro a me ha sempre causato una serie infinite di paturnie, correlate da notte in bianco e ansia da prestazione. Ma anche da rituali preparatori, che voglio condividere con voi, nella vana speranza di sentirmi meno sòla.

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La valigia

Perché in un ambiente nuovo, non si sa mai di cosa si possa avere bisogno. Che il mio Fidanzato mi guarda e mi fa, “Non sembra tu stia andando in centro a Milano ma in un paese sperduto dell’entro terra sardo, che poi anche li credimi, troveresti comunque i beni di prima necessità”*. Ed effettivamente guardando la borsa che ho preparato per domani, non posso dargli torto. Ho preso la più grande, che a me che sono altra unmetrotrepuffipiùpuffetta, arriva alle ginocchia. Dentro qualunque cosa. Il quaderno per gli appunti, si sa mai che in questo ufficio abbiamo deciso di partecipare alla campagna save the tree. Pochette con dentrificio, spazzolino, deodorante, assorbenti, salvaslip e salviette intime. Perché sfortuna vuole che in qualche giorno non ben specificato della prossima settimana, mi arriverà anche il ciclo. Pochette con oki, pillole per il mal di stomaco, cerotti, carica batterie del cellulare, cuffie del cellulare, chiavetta usb. Ombrello. Due pacchi di fazzoletti. Altre oggetti non dichiarabili per tutelare l’immagine della mia persona.

La schiscetta

Termine tipicamente lombardo per identificare il pranzo al sacco. Nel mio caso trattasi di sacchetto con cerniera preso dai cinesi per un euro. Naturalmente non chi ho messo il pranzo nella speranza (scaramanzia) che i miei nuovi colleghi mi invitino a pranzo con loro in qualche bar. Ci ho giusto messo qualcosa che garantisca la mia sopravvivenza ad otto ore in un luogo che non so cosa nasconda. O meglio, che mi garantisca di non morire di fame tenendo conto del morboso rapporto instauratosi con il frigorifero in questo ultimo mese. Ci ho dunque messo dentro la mia tazza per il tea, bustine di tea verde (giusto per sembrare quella salutista), un pacco di cracker integrali e uno yogurt. Mia zia voleva darmi i pizzoccheri. Ho pensato avrebbero favorito la mia innata propensione alla pennichella e ho quindi rifiutato anche se a malincuore.

L’ultima cena

Dove ultima fa riferimento alla fine del periodo di inattività. Questa cena deve essere leggerissima, rasentare quasi la dieta di un atleta prima di una gara alle Olimpiadi. Non vorrei mai infatti mangiare qualcosa che mi si piazzi sullo stomaco (cosa che capita di frequente data la varietà di cibi che introduco simultaneamente nel mio stomaco) facendomi quindi dormire male e donandomi un meraviglioso alito da discarica che nemmeno un lavaggio con spazzolone del cesso manderebbe via. Ed essere additata come quella nuova con l’alito mannaro, non è tra i dieci obiettivi presenti nella mia lista di cose da fare assolutamente prima di morire. Stasera quindi opterò per una minestrina con il dado. Che non si sbaglia mai.

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L’outfit (o meglio, che cosa mi butto addosso?)

E non abbiate la presunzione voi maschietti, di pensare che sia argomento prettamente femminile. L’immagine si sa, è la prima cosa che trasmettiamo al prossimo. Se con questo prossimo dovremo poi trascorrerci  otto ore al giorno per cinque giorni a settimana, conviene che la trasmissione sia d’effetto. A tal proposito, condivido con voi il mamma pensiero: non indossare borse griffate per non passare come quella che se la tira o per non suscitare invidia tra le colleghe che la vorrebbero e non se la possono permettere. Invidia che nelle donne si tramute istantaneamente in odio. Mantenere un basso profilo cosi da poter studiare la fauna senza dare nell’occhio e adattarsi di conseguenza. Evitare troppo trucco.

Dicesi omologazione di massa. E io a questo mamma pensiero non ci ho mai creduto molto in passato. Questa volta però voglio applicarlo perché cinquantacinque anni vissuti su questa terra, avranno pur lasciato uno scampolo di intelligenza nel suo cervello. Domani quindi indosserò un leggins nero, casacca nera con sotto un dolcevita grigio chiaro. Niente tacchi. Niente merletti e ricami. Mi omologherò e soprattutto osserverò come stessi sfogliando una rivista di moda, nella speranza l’ambiente non sia troppo austero o troppo basic. Che Vogue mi assista.

Pensatemi domani. Tanto da farmi fischiare le orecchie per sentire la vostra presenza.

*E di Sardegna ne sa qualcosa visto che ci è nato. E ne so qualcosa anche io visto che i miei nonni vivevano in un paese di seicento anime (cinquecentonovantotto ora) dove non c’era un vero e proprio supermercato, ma uno stanzone con di tutto un po’. Non avevano nemmeno un insegna. Si usava dire, “Vado da Maria Angheleddu a comprare qualcosa”. E non so se Angheleddu fosse il cognome o la naturale estensione di Maria o un soprannome. Ricordo solo che conveniva sempre controllare le date di scadenza. Questo si.

 

**Vi riporto il messaggio che ho appena ricevuto da mia Madre: “ Sei pronta per domani? Fatti almeno il segno della croce. Ascolta tua madre”. Manco stessi andando in guerra …

Il coraggio di mandarsi pragmaticamente a fanculo

Sono in quella fase vigliacca (io) per cui dovrei andare e invece resto.

Insomma si, dovrei dirigermi verso la porta e dire “Francamente me ne infischio” e infilare la porta. Fa niente se non ho valige al seguito, se porterò con me solo i vestiti che indosso. L’uscita di scena sarà trionfale.

Invece resto. E mi commisero e piango lacrime amare sul viso non ancora lavato per via della mia inattività momentanea. Perché il mio cervello sa bene quello che devo fare, il mio cuore (vigliacco lui) va però in un’altra direzione e non trattandosi questa di una situazione alla va dove ti porta il cuore, non è cosa buona e giusta.

Perché io per le storie d’amore che tanto si sa che finiranno, c’ho la mia teoria e cioè che non bisogna forzare le cose, che tanto una mattina mi sveglierò e anche il mio cuore avrà finalmente letto il cartello stradale che annuncia la fine della carreggiata a quattro corsie. La strada si restringe in un senso unico. Dove quindi non si può procedere affiancati. Ma da soli. Questa mia teoria però, inizia a fare acqua da tutte le parti. Infatti, con l’età, non rallenta solo il metabolismo, ma anche la capacità di riprendersi da quel comodo torpore dualista per cui ogni cosa è un noi. Dove noi però è solo il soggetto grammaticale della frase che non si traspone nella vita reale. Per cui noi essenzialmente è un io leggermente allargato.

Questo mio torpore dura infatti da sei anni.

Sei anni di inviti a cena rimandati per l’ennesima litigata. Due/tre giorni di silenzio stampa per poi far allegramente finta che nulla sia successo.

Anni di come facciamo a programmare qualcosa se le cose tra di noi non vanno.

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Anni di no, il matrimonio no. Comprare casa no. Il conto cointestato no. Perché fino all’altro giorno ci stavamo lasciando.

Sono sei anni che ci stiamo lasciando. Ma non lo facciamo mai. Un po’ come i politici, che dicono di abbassare le tasse. Ma non lo fanno mai.

Non voglio farne un discorso di età visto che a trentuno anni posso ancora fare invidia alle ventottenni, solo che, in quel cammino che chiamano vita, sono giunta nell’era della ragione, che oltre le rughe, vorrei comprendesse un progetto di vita comune. Insomma, parlare di futuro, fare progetti, sognare di come sarà la vecchiaia insieme. Che poi magari non sarà cosi e dopo tot anni ci si manderà pragmaticamente a fanculo, ma almeno il sogno voglio che mi resti. Voglio almeno poter provare a crederci che non sarà come i miei genitori.

Invece puntuale ricompare la frase, “ma come fai a parlare di questo se fino a ieri ci stavamo lasciando?”.

E non dimenticate che per la mia situazione c’è un’aggravante: sono già precaria nel lavoro. Da troppo tempo. Non voglio che questa condizione, invada anche la mia sfera sentimentale. Ho sbagliato tempo verbale. Avrei infatti dovuto usare l’imperfetto. Perché di fatto, sono precaria anche nella mia storia.

E non starò qui a raccontarvi i dettagli più intimi e sordidi. I continui richiamo al passato e il tu non hai fatto mentre io ho fatto. Perché anche su questo ho la mia teoria: le storie arrivano al capolinea per sfinimento degli intenti. Da parte di entrambi, in egual misura (a meno che non intervengano botte e tradimenti, naturalmente). Solo che, per quanto sia chiaro ad entrambi che stare insieme non ha più senso, nessuno dei due trova il coraggio per andare. E qui scatta la rabbia. Non verso di lui, ma verso me stessa che non ho il coraggio di chiamare le agenzie immobiliari per cercare una nuova casa dove andare a posare il mio regal deretano (vergine, ci tengo a precisarlo. Sono soddisfazioni di questi tempi). E non, farlo nella speranza che lui, vedendomi andare via mi chieda in contemporanea di sposarlo/comprare casa/cointestare il conto corrente. Dovrei farlo per me stessa medesima. Per darmi la possibilità di incontrare qualcuno che formuli discorsi contenti tempi verbali declinati al futuro semplice, fa niente se irregolari. Che lo faccia usando come soggetto noi. Che mi chieda di sposarlo senza pensare che un giorno debba per forza andare tutto al diavolo. Che voglia comprare una casa con me. Che guardi al passato quel tanto che basta per non commettere gli stessi errori in futuro. Ma che lo faccia in solitaria, con il mute inserito.

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Invece pubblicherò questo post e tutto rimarrà come prima. L’unica speranza è che sia lui un giorno ad uscire da quella porta. Che trovi il coraggio che io non ho.

E poi non dite che non è vero che chi è causa del suo male, deve piangere se stesso.

Vorrei. Dovrei. Ma poi.

Ho solo tanta rabbia in circolo. Scorre nelle vene al posto del sangue. E ha il suo stesso colore.

Ho un urlo fermo in gola che non esce perchè in attimi di lucidità ricordo di essere razionale.

Sento l’impotenza far capolino in ogni fibra del mio essere.

E so che non dovrei pensarci.
Che dovrei guardare avanti.
Ma basta che interrompo un attimo questa mia affannosa corsa verso il futuro, che il passato è già sulle mie spalle. Perchè è prossimo. Perchè è vigliacco.

Vorrei potervi dire.
Vorrei poter spiegare.
Ma stasera no.